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Stamattina avevo grandi progetti. Ma il mal di schiena mi ha inchiodata al letto e insieme alla responsabilità dei libri iniziati da tempi immemori e ancora da finire.
Al termine del terzo, Tu, sanguinosa infanzia, Michele Mari scrive in forma molto stringata vari pensieretti di quando era bambino.
[“Non c’è stato molt’altro, nella vita”. “No, è quasi tutto laggiù”]

Tra i pensieri:

“Io, alle scuole medie, andavo spesso nella biblioteca scolastica a prendere a prestito dei libri. Un giorno il bibliotecario si sbagliò, e invece della Scoperta di Troia di Heinrich Schliemann mi diede un librino intitolato Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Non esiste cifra al mondo che potrebbe mai risarcirmi di quell’errore”.

“Verrà la morte e avrà i miei occhi ma dentro ci troverà i tuoi” si legge sulla copertina Einaudi di Cento poesie d’amore a Ladyhawke, non la mia preferita delle cento, neanche nella prima ventina delle preferite, ma adesso acquista un fascino che va oltre il pavesiano.

Le cose che si saldano a me fanno sempre illuminare di uno stupore così felice, così perfetto.

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“Del disco non vi dico nulla perché cosa ancora si può dire di un album capace di rimanere in classifica dal 1973 al 1988 per 724 settimane diconsi settecentoventiquattro, che fanno appunto quindici anni, e di uscirne soltanto quando i soloni di “Billboard” decisero di limitare la classifica all’ultimo decennio?”

Testimonianza sesta, Alan Parsons

Michele Mari

ROSSO FLOYD