Matite
Per non essere ancora a metà mattinata, quel giorno, ne erano già successe di tutti i colori, pensò Giulia Bonello chiudendosi alle spalle la porta del suo ufficio.
Gli occhi serrati, trasse un lungo e lento respiro come aveva imparato a fare al corso di yoga, per gestire l’ansia quando il suo matrimonio aveva iniziato a dare segni di cedimento. Ricompose un sorriso professionale e, prima di sedersi alla sua scrivania e rimettersi a lavorare, ebbe la premura di accostare di nuovo la porta che dava sul corridoio.
Come era sua abitudine nei momenti convulsi iniziò a stilare una lista dei principali incarichi che le erano piovuti addosso durante la mattinata: il disbrigo di diverse pratiche da effettuarsi entro il pomeriggio legate alla nuova area artigianale, la sistemazione degli appuntamenti sull’agenda del sindaco per la settimana successiva, l’organizzazione di un incontro di coordinamento con due assessori; poi c’era da fare due chiacchiere con quelli dell’ufficio stampa per mettere insieme qualche riga di commento, nel malaugurato caso che un giornalista si fosse fatto vivo con domande sulla faccenda Contini. Senza contare che all’una avrebbe dovuto fare un salto a scuola per parlare con un insegnante di quel problema con Jacopo.
Perchè c'era questa novità, che Jacopo rubava le matite dei compagni. Da due mesi, si appropriava di tutte le matite che trovava in classe poi le nascondeva. Giulia aveva scovato matite nei luoghi più strani: nelle federe del cuscino mentre rifaceva il letto, tra i coltelli nel cassetto delle posate, in fondo alla scatola dei cereali; ma l’allestimento che aveva trovato più buffo e persino commovente l’aveva rinvenuto pochi giorni fa: una dozzina di matite piantate a distanza regolare l'una dall'altra con una scala di colori armonica nel vaso dei gerani sul terrazzo.
Di solito era una madre abbastanza severa, ma questa volta proprio non riusciva a prendersela con Jacopo.
“Signorina Bonello – il direttore didattico usava spesso locuzioni tese a ricordarle la sua situazione di single di ritorno, pensando bastasse questo per stabilire i rapporti di forza tra loro – questa storia spiacevole va risolta. Come educatori nella nostra azione noi abbiamo bisogno del pieno sostegno delle famiglie. Anche la vostra in qualche modo lo è, no?” al pensiero di quella telefonata Giulia sorrise e guardò con tenerezza una delle matite che Jacopo aveva pensato bene di nascondere nella tasca della sua borsetta, solo la sera prima.
Mentre cercava di definire se il pastello fosse un blu di prussia o un oltremare, sentì un fitto vociare provenire dall’Ufficio relazioni con il pubblico, al fondo del corridoio.
“Le ripeto per l’ultima volta che non si può: ci sono altri canali per questo tipo di reclami”, urlava quasi isterica la Foglia. Di là dal banco qualcuno rispondeva con voce sommessa ma ferma, dimostrando impassibilità di fronte al rifiuto della sua collega.
Poverina, penso Giulia, anche lei: messa lì, a contatto diretto con la gente. Non è proprio il tipo adatto, dopo tanti anni passati alle scrivanie dell'amministrazione dell’Ufficio anagrafe: questo nuovo ruolo che le era stato affidato decisamente non rispondeva alle sue caratteristiche. Come era già successo altre volte, si recò dalla Foglia incaricandola di una consegna inderogabile; si scusò per l’intromissione con l’uomo che, civilmente, era rimasto in silenzio mentre Giulia aveva spiegato alla collega i dettagli dell’urgente compito e gli domandò con aria affabile come potesse essergli utile.
Posted at 16.06.06 00:02
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