Il Codice Gianduiotto
Autore e regista di programmi per la radio e la televisione, scrittore, giornalista, presentatore: da buon astigiano, il versatile Bruno Gambarotta ha anche una passione per la gastronomia. E se assaporare le pagine di certi libri talvolta dà lo stesso piacere che gustare il migliore dei cioccolatini, non stupisce che con il suo “Il Codice Gianduiotto” (240 pagine, 16 Euro), sulla cui copertina campeggia una Monnalisa con i baffi di cioccolato, si sia già alla seconda ristampa in poco meno di un mese dall’uscita nelle librerie. La prima tiratura (6000 copie) è andata esaurita dopo appena 15 giorni dalla messa in commercio.
“E' stata una scommessa sin dall’inizio”, ha raccontato Gambarotta. “Amo il genere della parodia letteraria e l'avevo già praticato in passato. Stavolta la vicenda si è innescata a partire da un racconto breve che avevo scritto all’epoca delle Olimpiadi invernali su “Storie di Città”, la rubrica che curo per La Stampa. Come faccio spesso, avevo inviato il testo a Stefania Conte (Morganti Editore) che ne è stata entusiasta e mi ha sollecitato a sviluppare il soggetto. Per me è stato un invito a nozze: mi sono sentito sostenuto e incoraggiato e in breve tempo, circa due mesi di lavoro intenso, è nato “Il Codice Gianduiotto”. L’ho consegnato pronto per la tipografia appena 10 giorni prima della Fiera del Libro di Torino, dove sarebbe stato presentato ufficialmente”.
Quindi lei ha letto “Il Codice da Vinci”. Com’è nato l’interesse verso il libro di Dan Brown?
“Per fare una buona parodia occorre per prima cosa conoscere bene l’oggetto che ci si accinge a trattare: per questo ho letto quel libro non una ma due volte. E poi c’è un altro motivo: seguo molto la letteratura anche per ciò che concerne il mercato dell’editoria. Se un libro supera certi volumi di vendita (adesso è il caso di Dan Brown, ma chi non ricorda “Va’ dove ti porta il cuore” della Tamaro?) si impone alla mia attenzione.
A quel punto devo provare a capire cosa genera quella curiosità, quella bramosia: al Festival della letteratura di Mantova sono intervenute 30.000 persone, al salone di Torino gli ingressi sono stati 300.000, si può stimare che in Italia esistano 100.000 lettori “forti”: chi sono tutti gli altri che hanno acquistato “Il Codice da Vinci”? E cosa cercavano? Bisogna ritenere che i bestseller vadano incontro a determinate esigenze, a certe sensibilità. E a quel punto in me scatta il demone della parodia, come era successo per “Il fagiano Jonathan Livingston” e “La prozia di Celestino” (minimum fax)”.
Quali sono dunque i pregi del testo americano?
“E’ una perfetta macchina narrativa: infarcire una vicenda di segreti, simboli, riferimenti religiosi ed esoterici è sicuramente un ottimo espediente per catturare l’attenzione del grande pubblico che non si pone il problema dell’autorevolezza delle fonti. E poi si avvale di una tecnica cinematografica classica per la creazione della suspense: l’eroe braccato, solitario, che deve lottare su due fronti fino al capovolgimento della situazione”.
Su quali elementi ha lavorato per trarne una parodia?
“Mi sono domandato perchè ci si preoccupi tanto di interpretare l’affresco dell’“L’ultima cena” ma nessuno si domandi mai chi ha apparecchiato e sparecchiato quella tavola. Tanto per cominciare, al culto del femminino ho sostituito la figura di una serva a cui Cristoforo Colombo si trova a dover rinunciare, perchè la poveretta soffre di mal di mare: con le referenze del navigatore e una fava di cacao, la donna arriva a servizio da Leonardo da Vinci. Da lì in avanti ho smorzato tutti i toni: il gigante di Dan Brown è diventato un nano, il mio Graal è contenuto in un barattolo di Spik&Span. Ho abituato i miei lettori ad aspettarsi sorrisi e sberleffi.
Ci sono anche punti che nel libro di Brown mi infastidiscono: il riferimento al Priorato di Sion con pretese di verità storica, per esempio, mentre si tratta di un’invenzione del dopoguerra che porta nel nome terribili evocazioni”.
Ha visto il film?
“Non andrei a vederlo neanche se mi puntassero una pistola alla testa. Quando vedo un film lo memorizzo totalmente, me ne lascio pervadere. L’ultimo che ho visto è stato “Match Point” di Woody Allen, potrei ancora raccontarlo fotogramma per fotogramma. Per questo ci vuole una certa discrezione nella scelta”.
Una risposta secca: anche lei appartiene alla schiera dei golosi?
“Senz’altro. So dirle con certezza qual è il miglior gianduiotto in commercio”.
Abbandoniamo per un momento il cioccolato, la letteratura, il cinema e gli americani: è contento che il suo Torino sia tornato in A?
“Moltissimo. Non ho potuto seguire la partita contro il Mantova e ho appreso la notizia della vittoria il giorno dopo: sono fiero soprattutto che la squadra sia riuscita a raggiungere la massima serie con le sue sole forze, senza dover aspettare che vicende extra sportive liberassero dei posti”.
Posted at 14.06.06 17:27
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