14.05.05Il Male - Esercizi di pittura crudele - da Beato Angelico a DiabolikChe la ragazza che oblitera i biglietti per l'ingresso alla mostra di cognome faccia Terribile dà un'agghiacciante sensazione di coerenza. Da Giotto a Egon Schiele. Da Tiziano a Andy Warhol. Artisti di tutti i tempi guardano in faccia alla dura realtà del male. Corpi lacerati, teste mozzate, carneficine, torture e decapitazioni bibliche: questi i soggetti delle quasi cinquecento opere tra dipinti, sculture, fotografie, fumetti e spezzoni di film che Vittorio Sgarbi ha scelto per raccontare il lato oscuro della nostra vita. In mostra a Torino un calderone di crudeltà che porta una ventata di originalità in una stagione espositiva all'insegna dell'understatement... di Emanuela Borgatta Torino presenta l'ennesimo capolavoro di Vittorio Sgarbi. Dopo la mostra Da Tiziano a Caravaggio e a Tiepolo, la Palazzina di Caccia di Stupinigi ospita Il Male. Esercizi di pittura crudele, un'imponente e grandiosa “opera al nero”, capace di contrapporsi al biancore – indubbiamente buonista - della vasta rassegna Gli impressionisti e la neve, che sta mietendo lo scontato successo di pubblico alla Promotrice delle Belle Arti, al parco del Valentino. Solo un critico immodesto e “cattivo”, quale è Vittorio Sgarbi per antonomasia, avrebbe potuto pensare così in grande e raggruppare oltre cinque secoli di arte figurativa e non - più di duecento opere tra dipinti e sculture, oltre a una ricca selezione di fotografie, fumetti e immagini cinematografiche – a disegnare una topografia del dolore, inflitto o subito, della violenza, della perversione, del lato oscuro della nostra vita. L'esposizione – vietata ai minori di 14 anni – guarda, principalmente, all'arte occidentale e a quella legata al soggetto, a partire da Giotto che Vittorio Sgarbi ritiene punto di partenza nell'iconografia del male con il suo Giuda nell'atto di baciare Gesù, conservato alla Cappella degli Scrovegni. Da qui parte un viaggio che va dal Beato Angelico a Egon Schiele e ad Andy Warhol, passando per le pennellate dense e dai colori accesi dell'Apollo e Marsia di Tiziano, per i guizzi audaci del Caravaggio del Fanciullo morso da un ramarro, per le maschere di strazio di Adolfo Wildt, per le opere dell'ansiogeno Francis Bacon e di tanti altri artisti. Il percorso che si snoda sotto gli occhi del visitatore, a partire dal Medioevo per giungere ai giorni nostri, sembra rappresentare un costante punto interrogativo sull'atteggiamento degli uomini nei confronti del danno, della pena e della cattiveria: argomenti tabù che si vuole celare o nascondere poiché, se svelati, potrebbero turbare il nostro equilibrio che, sempre più spesso, viene visto come sinonimo assoluto di bene. Molto si è discusso a questo proposito sull'effettiva necessità di organizzare una mostra simile in tempi turbolenti come il nostro, perdendo di vista quello che è lo scopo principale di questo viaggio: la provocazione. Si spera che il pubblico sia disposto ad ammettere un principio masochista ma naturale: il male è molto più divertente del bene. Basta poco per accorgersi che questa affermazione ha del vero: ricordiamo più facilmente i canti danteschi dell'Inferno o quelli del Paradiso? Le liriche di Gabriele d'Annunzio o di Giosuè Carducci? Le poesie struggenti di Giacomo Leopardi o l'amore contrastato tra Renzo e Lucia raccontato da Alessandro Manzoni? Facile sorridere davanti a queste domande, consapevoli delle risposte. Ed è proprio questo lo spirito, impertinente, con cui va affrontato il viaggio nella Palazzina di Caccia di Stupinigi, assaporando i momenti migliori di una mostra che ha alti e bassi proprio perché ricchissima, e che trova la sua massima realizzazione nel passaggio tra XIX e XX secolo: il simbolismo mitteleuropeo combacia perfettamente con il surrealismo di Alberto Martini per poi approdare a un maestro del XXI secolo come Enrico Colombotto Rosso, vero trionfatore – a nostro parere - della mostra. Appartengono alla sua collezione privata molte delle tele più interessanti fra quelle esposte e solo i suoi lavori esprimono appieno la condizione dell'io alla fine del ‘900: un io frammentario, figlio della psicoanalisi, in costante crisi. Un io che ha bisogno di dipingere le pieghe più dolorose della propria anima per riconoscersi appieno. Unica nota stonata della mostra potrebbe essere quella relativa all'ultima parte, dove vengono – sommariamente - riunite le letture del male di tre mezzi espressivi come cinema, fumetto e fotografia (con un accenno alla letteratura), e in cui vengono presentati - solo per fare alcuni esempi – filmati con gli aerei dei kamikaze che si infilano nelle Torri Gemelle accanto a fumetti di Diabolik, immagini fotografiche con il campo di concentramento di Auschwitz e con le testimonianze degli atti distruttivi compiuti dal terrorismo islamico accanto a scene tratte dai film Il silenzio degli innocenti e Arancia Meccanica di Stanley Kubrick. Crediamo che sarebbe interessante sviluppare tutti questi concetti in separata sede dove potrebbero dare adito a curiosi sviluppi. La mostra di Vittorio Sgarbi rimane, comunque, una rassegna ben confezionata, una straordinaria “horror story” che mette in scena, con scrupolo filologico, tutto il male del mondo e di cui speriamo i visitatori futuri possano fruire della presenza di un'opera, purtroppo, mancante nei primi giorni di apertura: La Medusa di Rubens.Posted at 14.05.05 22:38 | TrackBack
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