25.02.05

Vol de Nuit - Antoine de Saint-Exupéry

Sotto l'aeroplano, le colline scavavano già il loro solco d'ombra nell'oro della sera. Le pianure si facevano luminose, ma di una inconsumabile luce: in quelle regioni esse non finiscono mai di restituire il loro oro, così come dopo l'inverno non finiscono mai di restituire la loro neve.
E Fabien, il pilota che portava dall'estremo Sud verso Buenos Aires il corriere di Patagonia, riconosceva l'approssimarsi della sera dagli stessi segni da cui si riconoscono le acque d'un porto: da quella calma, da quelle rughe leggere che nubi tranquille disegnavano appena. Egli entrava in una rada immensa e felice. In quella calma, avrebbe potuto anche credere di fare una lenta passeggiata, quasi come un pastore.
I pastori della Patagonia vanno, senza fretta, da un gregge all'altro: egli andava da una città all'altra; egli era il pastore delle piccole città. Ogni due ore ne incontrava qualcuna che scendeva a bere sulla riva dei fiumi o pascolava nella sua pianura.
Qualche volta dopo cento chilometri di brughiere più deserte del mare, scopriva una fattoria sperduta che sembrava trascinarsi dietro, in un'ondata di praterie, il suo fardello di vite umane, e allora salutava con le ali quella nave.
"San Julian è in vista, atterreremo tra dieci minuti".
La radio di bordo passava la notizia a tutti i posti della linea.
Su un percorso di duemilacinquecento chilometri, dallo stretto di Magellano a Buenos Aires, erano scaglionati scali tutti somiglianti; ma questo si apriva sulle frontiere della notte come, in Africa, sul mistero, l'ultimo villaggio sottomesso.
Il radiotelegrafista passò una carta al pilota: "Ci sono tanti uragani che le scariche riempiono i mocrofoni. Scenderà a San Julian?".
Fabien sorrise: il cielo era calmo come un acquario e, davanti a loro, tutti gli scali segnalavano: "Cielo puro, vento nullo".
Rispose: "Continueremo".
Ma il radiotelegrafista pensava che gli uragani si erano installati in qualche angolo del cielo, come i vermi s'installano in un frutto; la notte sarebbe stata bella e guasta: e gli ripugnava entrare in quell'ombra pronta a imputridire.
Fabien, scendendo col motore a basso regime su San Julian, si sentì stanco. Tutto quello che addolcisce la vita degli uomini ingrandiva verso di lui: le case, i caffè, gli alberi della passeggiata. Egli era simile a un conquistatore che, nella sera delle sue conquiste, si chini sulle terre del suo impero e scopra l'umile felicità degli uomini. Fabien aveva bisogno di deporre le armi, di risentire il suo peso e l'indolenzimento del suo corpo - l'uomo è ricco anche delle proprie miserie - e d'essere, in quel piccolo paese, un uomo semplice che guarda fuori dalla finestra una visione ormai immutabile.
Avrebbe accettato quel minuscolo villaggio: quando la propria scelta è fatta, ci si contenta del caso che regola la propria esistenza e si può amarlo. Esso limita l'uomo, come l'amore.
Fabien aveva desiderato vivere lì a lungo, prendere lì la sua parte di eternità, perchè le piccole città nelle quali viveva un'ora, e i giardini chiusi dai vecchi muri ch'egli attraversava, gli parevano eterni per il fatto di durare all'infuori di lui. E il villaggio saliva verso l'equipaggio e, verso questo, si apriva. E Fabien pensava alle amicizie, alle ragazze amorose, all'intimità delle tovaglie bianche, a tutte quelle cose che lentamente diventano familiari per per l'eternità.
E il villaggio scivolava già a fior d'ali mostrando il mistero dei suoi giardini chiusi che i loro muri non proteggevano più. Ma Fabien, dopo aver atterrato, seppe di non aver visto niente, a eccezione del movimento lento di alcuni uomini tra le loro pietre. Quel villaggio, con la sua immortalità, fendeva il segreto delle sue passioni e gli rifiutava la sua dolcezza: per conquistarla sarebbe stato necessario rinunciare all'azione.
Quando i dieci minuti di scalo furono passati Fabien dovette ripartire.
Si voltò indietro, vero San Julian: il villaggio non era più che un pugno di luci, po di stelle, poi quella polvere che per l'ultima volta lo tentò, dissipata, scomparve.
"Non vedo più i quadranti: accendo".
Toccò gli interruttori ma le lampade rosse della carlinga versarono sull sfere una luce ancora tanto diluita nel chiarore azzurro che non riuscì a colorarle.
Egli passò le dita davanti a una luce: le sue dita si tinsero appena.
"Troppo presto".
Nondimeno la nott saliva, simile a un fumo oscuro, e colmava già le valli. Queste non si distinguevano più dalle pianure. Però i villaggi s'illuminavano e le loro costellazioni si rispondevano. E anche lui, facendo brillare con un dito a intervalli i suoi fuochi di posizione rispondeva ai villaggi. La terra era cosparsa di richiami luminosi, poichè ogni casa accendeva la sua stella in faccia alla notte immensa, così come si volge un faro verso il mare. Tutto quel che copriva una vita umana già scintillava. E Fabien era incantato che l'ingresso nella notte somigliasse questa volta a un ingresso in un porto, lento e bello.
Ritirò la testa nella carlinga. Il radio delle sfere cominciava a splendere. Il pilota verificò, una dopo l'altra, alcune cifre e fu contento di scoprirsi solidamente seduto in cielo. Sfiorò con il dito un longherone in acciaio e sentì scorrere nel metallo la vita: il metallo non vibrava, viveva. I cinquecento cavalli del motore facevano nascere nella materia una dolcissima corrente che mutava il suo gelo in carne di velluto.
Ancora una volta, il pilota, in volo, non sentiva nè vertigine nè ebbrezza, ma il misterioso lavorio di una carne viva.
Adesso si era ricomposto un mondo, e lavorava di gomiti per installarcisi comodamente.
Diede un colpetto al quadro della distribuzione elettrica, toccò, a uno a uno, gli interruttori, si appoggiò meglio allo schienale e cercò la miglior posizione per sentire bene in dondolio delle cinque tonnellate di metallo che una notte mobile recava per la spalla.
Poi tastò intorno a sè, spinse a posto la lampada di soccorso, l'abbandonò, la ritrovò, si assicurò che non scivolasse, la perse di nuovo per dare un colpo a ogni leva, per ritrovare ogni leva con sicurezza e istruire le sue dita per un mondo di ciechi.
Poi, quando le sue dita conobbero bene quel mondo, si permise di accendere una lampadina, di ornare la sua carlinga di strumenti precisi e sorvegliò solo sui quadranti del cruscotto il suo ingresso nella notte, simile a un tuffo.
Poi, dato che nulla vacillava, nulla vibrava, nulla tremava, e rimanevano fissi il giroscopio, l'altimetro e il regime del motore, si stirò. poggiò la nuca al cuoio dello schienale, e s'immerse in quella profonda meditazione del volo, nella quale si assapora una speranza inspiegabile.

E ora, come una sentinella nel cuore della notte, scopre che la notte rivela l'uomo: richiami, luci, inquietudini. Una semplice stella nell'ombra: l'isolamento di una casa. Una di quelle luci che si spegne: è una casa che si chiude sul suo amore.
O sulla sua noia. E' una casa che cessa di fare segnali al resto del mondo. Quei contadini seduti intorno alla tavola dinanzi al loro lume, non sanno quale sia la loro speranza: essi non sanno che, nella grande notte che li circonda, il loro desiderio va così lontano.
Ma Fabien lo scopre quando arriva da mille chilometri di distanza e sente le immense ondate di fondo sollevare l'aeroplano che respira, quando ha attraversato dieci uragani, come paesi in guerra, e, tra quelli, vaste radure di luna, e quando, una dopo l'altra, raggiunge quelle luci con l'impressione di conquistarle. Quegli uomini credono che la loro lampada brilli per la tavola dimessa intorno a cui stanno seduti, ma a ottanta chilometri da loro qualcuno è già toccato dal richiamo di quella luce, come se essi l'agitassero con disperazione da un'isola deserta, davanti al mare.

Audio.

SAINT-EXUPÉRY de Antoine : Pilote. Chef d'aéroplace. Né le 29 juin 1900 à Lyon. Après avoir servi dans l'armée de l'air française, puis été pilote de l'aéropostale, il se consacra à la littérature. Ses romans relatent ses expériences de vol en Amérique du Sud et entre la France et l'Afrique. Réaffecté en 1940 dans l'armée de l'air comme pilote de reconnaissance, son avion disparut près de la corse, le 31 juillet 1944. Son oeuvre la plus populaire aujourd'hui est le Petit Prince.

Posted at 25.02.05 00:37 | TrackBack


Comments

mio dio, il piccolo principe no.
tornate presto.

Posted by: Edoardo Dezani at 25.02.05 09:46

A quando il gabbiano Jonathan? :)

Posted by: Scatenauto at 25.02.05 21:43
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