Il tango è un pensiero triste che si balla
Di notte, a Buenos Aires, il mondo appare livido, stilizzato in un rigoroso bianco e nero.
Si tirano le cinque del mattino all'Almagro, al Club Gricel, a El Chino, a El Morocco o al Salon Sur: in ogni barrio, da San Telmo al malfamato e periferico Pompeya, c'è un posto del tango in cui si entra per pochi pesos e gli uomini dopo aver mangiato picadillos si muovono furtivi in mezzo ai tavoli per trovare la donna da invitare a ballare; il tango è anche un rituale di corteggiamento, interpretato fissando gli occhi in quelli del proprio compagno.
Il ballo inizia da lì, da un essere umano che fissa un altro essere umano, e si snoda in una lingua universale, la Babele argentina di creoli, italiani, tedeschi, spagnoli, francesi, ebrei.
Il ballo coniuga il candombe africano al bandoneon dei tedeschi, la lingua dei conquistadores spagnoli ai pensieri del francese Gardel.
A luglio del 1998 un giovane deputato, Agustin Zbar, presentò un progetto di legge: Ciudad Tango, per ufficializzare la dignità di tutta una cultura.
Per farlo scelse le sale d'epoca, gli ottoni lucenti e le boiseries dell'antico Cafè Tortoni - 825, Avenida de Mayo - da centocinquant'anni salotto politico e letterario, sede dell'Accademia Nazionale del Tango, palcoscenico dei musicisti più noti e scuola di ballo.
Così come una lucertola è il riassunto di un coccodrillo, il tango è il riassunto di una vita.
Paolo Conte
Posted at 15.02.05 00:15
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